LE VISIONARIE
Storie, racconti ed immagini, in un percorso virtuale ma vivo, dedicato a donne, scienziate, pioniere, studiose, che sono riuscite ad andare oltre. Oltre i divieti, i pregiudizi, le leggi e la società, aprendo la strada a tanti cambiamenti culturali e non solo. Dalla prima donna medico in Italia, alla prima donna primario durante la Seconda guerra mondiale, a coloro che furono obbligate dalle leggi razziali a rinunciare alla propria professione, da colei che rivoluzionò uno dei più importanti Musei delle Scienze d'Italia alla pioniera della divulgazione scientifica in televisione. Storie di donne spesso dimenticate, alle quali dobbiamo tanto, e che meritano di essere conosciute e ricordate, perché la loro "eredità" fatta di sacrificio, tenacia, talento e grande coraggio non si perda. La Toscana come teatro di fermento culturale, formazione ed innovazione.La
Ernestina Paper, la prima donna a diventare medico in Italia.
Il suo cognome era Puritz-Manasse ma lei preferì, dopo il matrimonio con l'avvocato Giacomo Paper, utilizzare quello del marito. Ernestina, giovane colta e brillante, originaria di Odessa, proveniva da una famiglia ebraica di origini russe ma ben presto per realizzare il suo sogno di intraprendere gli studi di medicina, si trasferì a Zurigo. Infatti su tutto il territorio russo, l'accesso all'istruzione universitaria era negato a tutte le donne, in particolare le facoltà scientifiche, così come la maggior parte delle Facoltà mediche vietava l'iscrizione alle studentesse, Zurigo rappresentava un'eccezione.
Ernestina frequentò qui i primi semestri di studi universitari, fino al 1872 , quando si trasferì in Italia, in Toscana, a Pisa per seguire un triennio accademico e completare poi la formazione pratica, al Regio Istituto di Studi Superiori di Firenze, con un internato all'Arcispedale di Santa Maria Nova. Nel 1877, l'11 Luglio, Ernestina Paper divenne la prima donna a laurearsi in Medicina e Chirurgia, in Italia.
UNA STRADA TUTTA IN SALITA
Nonostante la brillante carriera universitaria, la presenza delle donne in corsia non era ben vista, per non parlare dell'ambiente accademico. Ernestina così decise di aprire un ambulatorio privato, soprattutto dedicandosi alla salute delle mamme e dei bambini, lavorando spesso a titolo gratuito. Molti incarichi erano malpagati, talvolta erano le sue pazienti a non avere grandi mezzi per permettersi di pagarle l'onorario.
Pur non potendosi dedicare alla ricerca e alla carriera ospedaliera, comprese che in realtà poteva fare molto di più fuori, soprattutto osservando la situazione di alcuni quartieri o le scarse conoscenze in materia di igiene e prevenzione, nella cura e nell'accudimento dei neonati e dei bambini molto piccoli, così come delle lavoratrici.
L'ASSISTENZA SANITARIA GRATUITA E LA LOTTA PER L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE
Ernestina Paper, viveva in un appartamento al primo piano di uno stabile, al civico n.6 di via Venezia, a Firenze, con sua madre, sua figlia Elisa, alcune cugine ed un cugino Giacomo Puritz, anch'egli medico. Fu proprio grazie alla moglie di Giacomo, Mary Nathan, che fu introdotta nella Federazione Femminile Toscana e qui fu eletta Presidente della sezione "igiene".
Grazie alla partecipazione attiva nei circoli femminile e con il supporto di diverse associazioni culturali, supportò la nascita del comitato promotore a sostegno dei licei femminili, perché l'istruzione superiore fosse aperta a tutte le donne, come strumento di emancipazione culturale e professionale.
LE MADRI DEL QUARTIERE SANTA CROCE E LA MEDICINA DEL LAVORO
Nel 1878, Ernestina Paper aprì un ambulatorio "per le malattie delle mamme e dei bambini", a pochi passi dalla sua abitazione. Ben presto ebbe a che fare con realtà piuttosto difficili, di povertà e malnutrizione, oltre che di madri lavoratrici in condizioni molto precarie. Per questo motivo, da Presidente della sezione igiene, della Federazione Femminile, si impegnò ad assistere gratuitamente le famiglie più povere del quartiere di Santa Croce.
Qualche anno dopo intorno al 1886 il Dipartimento dei Telegrafi di Firenze le affidò un incarico come medico, responsabile della salute del personale femminile. Non a caso Ernestina per tutta la sua vita fu impegnata come medico e come attivista nel miglioramento delle condizioni di salute e di vita delle donne.
Non vi sono documenti, relativi a lavori scientifici e pubblicazioni della dottoressa Ernestina Paper, ma furono citati in alcuni atti della Rivista di ricerche cliniche, dei casi di amenorrea trattati con successo nel corso della sua attività ambulatoriale.
Pian piano il numero dei suoi pazienti aumentò anche grazie alla stima di cui iniziò a godere in ambienti dell'alta borghesia, tra i suoi pazienti "famosi" si ricordano i fratelli Rosselli, che si distinsero nell'intensa attività antifascista.
LA SCUOLA PER BAMBINAIE E L'INTERESSE PER L'ANTROPOLOGIA
Il grande interesse e la preparazione mostrata in campo di medicina preventiva, igiene, e cura della prima infanzia, convogliarono nella realizzazione di una "Scuola per bambinaie". Un corso aperto alle signorine ed alle signore, di varia estrazione sociale, con un grande seguito e un grande interesse.
Allo stesso tempo, i suoi rapporti con i circoli femminili e le sue intense relazioni sociali con studiosi ed intellettuali, ne favorirono il riconoscimento come membro di alcune Società scientifiche prestigiose, quali la Società di Antropologia. Presentata dal celebre antropologo Paolo Mantegazza, ne divenne socio ordinario, e con lo stesso ebbe una corrispondenza e uno scambio di interessi intellettuali e civili oltre che scientifici.
FEMMINISMO SENZA DIMENTICARE IL RUOLO DELLA FAMIGLIA
Il femminismo e la lotta all'emancipazione culturale delle donne, fu il filo conduttore di Ernestina Paper insieme alla professione medica, fino alla sua morte, nel 1926. Ribadì più e più volte nelle riunioni dei circoli intellettuali, che le donne dovessero essere agevolate e non ostacolate, nell'intraprendere non solo la carriera medica ma qualsiasi altra strada, che consentisse ad una donna autonomia sia culturale che economica.
Con questo non negò mai la naturale predisposizione di una donna alla costruzione di una famiglia, ma ciò non doveva essere né significava l'esclusione dagli studi superiori , da determinati lavori e dall'impegno sociale.
A questo proposito, durante la Prima guerra mondiale si schierò contro il servizio civile per le donne, perché proprio la loro capacità di portare avanti la gestione familiare sarebbe stata fondamentale a casa, in un momento di grande difficoltà come quello.
Aldina Francolini: una voce controcorrente
Aldina Francolini, fiorentina, una delle prime donne italiane a conseguire la Laurea in Medicina e Chirurgia (anno 1899). La sua appartenenza ad una famiglia benestante le consentì di intraprendere i suoi studi universitari, oltre ad essere influenzata dal grande fermento intellettuale nel quale era cresciuta. Suo zio, il celebre urbanista Felice Francolini, diede un grande impulso ed un nuovo volto all'architettura della città e fu lui ad accoglierla, quando dopo la morte del padre si trasferì da Perugia a Firenze. L'amicizia con alcune colleghe, come Ernestina Paper, e con scrittrici ed intellettuali femministe, la spinsero sempre più ad esprimere il suo dissenso nei confronti di un sistema, che le donne medico proprio faticava ad accettarle.
Quel "signorina" pieno di sarcasmo
gli sguardi e gli ammiccamenti ironici, che i colleghi universitari si scambiavano , tra una lezione e l'altra. Era abituata Aldina, già dal Ginnasio e dal Liceo, frequentati a Perugia, dove era sola in una classe maschile e, dove piano piano riuscì a trovare il suo posto. Si iscrisse alla Facoltà di Medicina di Perugia, incurante dei commenti della borghesia del tempo, che lei stessa definiva "ignorante e dalla mente ristretta" ( 1902- Rivista Cordelia). Gli ultimi due anni di Università li frequentò a Firenze, dopo la morte del padre e il suo trasferimento presso lo zio Felice, entrando in un ambiente accademico prestigioso e rigido, dove le donne non erano ben viste. Sapeva però che qui avrebbe avuto l'occasione di studiare con grandi luminari e mentori e va avanti, convinta delle sue capacità e sapendo che avrebbe dovuto lottare per ogni singolo risultato.
Al momento di presentare la domanda di tesi, le risposero quasi con incredulità , alla sua proposta di voler presentare un lavoro, sullo studio delle cellule nervose e delle modificazioni funzionali cerebrali. Proprio così , perché non era contemplato che una donna, con l'ardire di voler intraprendere la carriera medica, potesse dedicarsi a qualche altra disciplina che non fosse l'Ostetricia e la Pediatria ( quasi come se fosse una cosa disdicevole poi e non necessitasse di impegno). Ma Aldina riuscì a laurearsi, proprio con una tesi intitolata "Ricerche sulle modificazioni morfologiche funzionali dei detriti nelle cellule nervose", conducendo delle ricerche anche presso l'Istituto di Medicina legale di Firenze e sotto la supervisione del luminare della Psichiatria, Prof. Eugenio Tanzi.
Questa scelta destò addirittura scalpore, tanto che fu sottolineata soprattutto l'abnegazione e la passione della dott.ssa Francolini, più che il suo talento e le sue capacità.
"Non mi farò mai visitare da una donna "
Nei primi anni della sua professione Aldina sentì continuamente questa frase, si scontró con lo scetticismo nei confronti delle donne medico, con il giudizio di chi sosteneva che le donne erano, naturalmente predisposte all'accudimento e al benessere delle madri e dei bambini, e quindi adatte a ricoprire una sorta di ruolo affine all'ostetrica. Eh sì perché "secondo la classe medica maschile " una donna sarebbe stata troppo emotiva, e decisamente inadatta a diagnosticare e curare malattie più gravi e complesse, oltre che troppo emotiva alla vista del sangue. Nella realtà dei fatti anche gli interventi chirurgici e le patologie più gravi, materno infantili, venivano seguiti da medici maschi. La stessa Aldina lo sottolineerà in dissenso con questo pensiero, scrivendo:
" presi la laurea […] che proclamandomi dottoressa, mi gettava alfine e per sempre nel mondo degli scienziati e mi additava la via da seguire, le sofferenze da lenire, le gioie da dispensare” (Francolini, 1902).
Ma le cose stavano cambiando...
La rivista Cordelia e gli articoli di denuncia per affermare la professionalità delle donne medico
Il mondo stava cambiando, anche se ancora poche, agli inizi del 1900, le donne laureate in Medicina iniziarono ad aprire una nuova strada, non solo per l'emancipazione culturale e professionale ma anche per affermare i diritti sociali e civili di coloro che non potevano farlo. E così divennero sempre più numerosi i circoli femminili, nei quali il tema dominante non era più "come trovare marito ed essere delle mogli perfette", ma come denunciare le discriminazioni ed affermare la nuova posizione delle donne, e promuovere l'istruzione femminile superiore. Intorno al 1902, la Francolini iniziò a collaborare, in maniera continuativa con la Rivista Cordelia, allora diretta dalla scrittrice e giornalista Ida Baccini. La rivista definita per "giovinette" e dedita nei primi anni ad articoli sull'educazione femminile, sull'economia domestica e su come diventare una buona moglie e madre, ebbe uno slancio non solo nel parlare di temi di emancipazione ma anche nel promuovere l'importanza dell'istruzione superiore aperta alle donne.
Come diventai dottoressa
Aldina Francolini, dal 1902 al 1903, scrisse una serie di articoli, nei quali raccontava il suo faticoso e lungo percorso formativo, denunciando le difficoltà , gli scherzi, gli ostacoli che aveva incontrato anche nell' intraprendere la professione. Uno su tutti la preclusione alle donne medico, dell' ambiente ospedaliero, accademico e pubblico. Senza mezzi termini, la dottoressa raccontò come i colleghi, spesso anche con mezzi poco leciti, cercassero di contrastare la sua attività professionale, sia accademica che privata. Anzi lei stessa si meravigliava di come ci fosse un'assurda diffidenza, anche da parte di donne con problemi di salute o con figli affetti da malattie infantili, come se non si fidassero di lei e della sua capacità di prendersi cura dei casi più gravi.
"Stranezze! Non si ha fiducia in una donna che ha dedicato tutto il suo tempo allo studio e si desidera un dottorino giovane, che passò i suoi anni universitari tra il gioco, il vino e i sollazzi e che ottenne appena appena l’idoneità dopo varie prove e riprove (idem)."
Nonostante ciò Aldina Francolini andò avanti nella sua carriera professionale, soprattutto in ambulatorio come medico condotto. Non dimenticò mai di promuovere e rivendicare il ruolo delle donne nella medicina e nella salute pubblica, e le profonde ingiustizie subite da molte colleghe.
Virginia Angiola Borrino: la Pediatria come ragione di vita
La Professoressa Virginia Angiola Borrino, nasce a Cossato, nel biellese, il 28 Marzo del 1880, la sua è una famiglia benestante, di piccoli industriali. Una figura da sempre di riferimento fu per lei lo zio paterno, Quinto Borrino, che alla scomparsa prematura del fratello, si fece carico dei nipoti orfani. E fu un vero e proprio benefattore che si prodigò moltissimo per la sua famiglia, rinunciando a costruirsene una propria.
Dopo il diploma al Liceo classico, frequenta la Facoltà di Medicina e Chirurgia a Torino, lei che aveva nutrito sin da ragazza interesse per le materie scientifiche e mediche. Da sempre attratta dallo studio della fisiologia umana era affascinata dalla comprensione dei meccanismi utili a trovare possibili cure.
Durante gli ultimi anni di corso, la pratica ospedaliera le fece vivere momenti di grande sofferenza emotiva, soprattutto seguendo casi di gravidanze e parti difficili, di morti post-partum e di mortalità infantile, che all'epoca era un problema sanitario di portata nazionale e non solo. In particolare, notò le gravi carenze igieniche in cui versavano i nati, destinati ai brefotrofi, solitamente avvolti in fasce riutilizzate e molto spesso soggetti a sepsi.
Siamo nel 1905 ed Angiola è l'unica donna della classe di Medicina e Chirurgia di Torino, ad essersi laureata.
Era convinta della sua scelta e delle sue convinzioni, la maternità e la nascita erano trattate con troppo poco rispetto per la sofferenza, per il dolore e per la prevenzione. Ancor di più se riguardava le donne nubili, definite "occulte", termine terribile, come una sorta di marchio per bollare la colpa, e di conseguenza che avrebbe condizionato la vita di quei "bimbi soli", senza un affetto e senza nemmeno un cognome.
FIRENZE: UNA TAPPA DECISIVA
LA RICERCA ED IL GRANDE SALTO
La situazione economica della sua famiglia cambiò, durante quell'anno e quindi più che mai era necessario trovare un impiego, che le garantisse l'autonomia. Grazie alle sue capacità nel 1906 ottenne una prestigiosa borsa di perfezionamento, finanziata dal Collegio Carlo Alberto, grazie alla quale potè frequentare la Clinica pediatrica di Firenze, sotto la supervisione del Prof. Giuseppe Mya.
Firenze era la più prestigiosa Scuola di pediatria, con Napoli e Roma, e lavorare con Mya, illustre patologo esperto in malattie infantili, rappresentava l'occasione di dedicarsi alla clinica e alla ricerca, con risultati eccellenti. Nonostante tutto ebbe a che fare con qualche "barone", che puntualmente cercava di bocciarne le proposte e le iniziative, soprattutto in quanto donna, ma riuscì a trovare in Mya un grande riferimento che non le fece mai mancare sostegno.
Ed è qui che la sua formazione ebbe una svolta, approfondendo il ruolo della nutrizione nello sviluppo della prima infanzia, delle malattie del ricambio, del rachitismo.
Grazie a diversi lavori pubblicati e ad una presentazione eccellente, vinse una borsa di studio all'estero, per studiare e lavorare con Adalberto Czerny, nel 1907, a Breslavia.
Qui imparò a seguire pochi malati ma studiarli a fondo, in particolare approfondendo l'effetto dell'allattamento artificiale e studiando i benefici del latte materno. E continuava a riaffiorare nella dottoressa Borrino, una meticolosa attenzione per i lattanti e i bambini, senza famiglia o nati in gravi difficoltà fisiche ed anche sociali.
Ebbe tante esperienze al suo rientro in Italia, lei che non aveva particolari "aiuti" né si poteva definire una protetta di alcun luminare. Dopo Torino e la Sila, ancora una volta la sua carriera professionale si incrociava con la Toscana e questa volta fu Siena ad accoglierla .
A SIENA LA PRIMA DONNA MEDICO AD AVERE UNA CATTEDRA
LA PEDIATRIA COME RAGIONE DI VITA CON LO SGUARDO ATTENTO AGLI ULTIMI
Siamo nel 1919, con la guerra furono chiamati moltissimi ufficiali medici così come medici volontari, per andare sul campo, e molte sedi accademiche rimasero sguarnite.
Virginia Angiola Borrino si trovò ad essere la prima donna medico ad avere una cattedra, anche se non definitiva, tuttavia fu in grado di fare qualcosa di straordinario.
Siena, la accolse con tutta la sua bellezza, alloggiava in una pensione, con la finestra rivolta al maestoso Duomo, popolata di facoltose turiste americane, inglesi e scandinave. Quando si recò presso la Clinica pediatrica senese, si trovò dinanzi a quattro stanzoni, al piano terra dell'Ospedale della Scala, mancava un laboratorio, un ambulatorio, di biblioteche neanche l'ombra.
Nonostante questo, la Professoressa, organizzò la struttura, in modo da distinguere l'area destinata alla degenza, da quella ambulatoriale, dove venivano seguiti tutti i casi che non richiedevano ricovero. Attrezzò un laboratorio e migliorò lo studio dei casi clinici con il supporto diagnostico, tanto che pian piano le sue lezioni si popolarono di studenti, e di tirocinanti.
La Direzione in parte fu trasformata in una Biblioteca, e lei stessa si occupò di rifornirla con testi aggiornati e riviste mediche, anche internazionali, perché accanto alla clinica la ricerca era fondamentale.
Pian piano divenne un punto di riferimento come docente e come medico, oltre ad essere particolarmente interessata ed attenta alle esigenze delle persone maggiormente in difficoltà.
INNOVATRICE E FONDATRICE DI OPERE ASSISTENZIALI
Un' infinità di richieste iniziarono ad arrivarle da tanti paesi e frazioni, che popolavano il territorio senese, dove mancavano pediatri condotti ed ambulatori. Si trovò a curare casi di malnutrizione, infezioni, malattie ossee.
Grazie alla presenza di un grande giardino, nella parte interna del padiglione al piano terra, allestì una COLONIA ELIOTERAPICA, organizzando più turni , nei quali sottoporre a terapia bambini tubercolotici, affetti da rachitismo, nefriti e da malattie osteo-articolari.
Tutto questo periodo di intensa attività didattica e clinica, fu contemporaneamente caratterizzato da un grande interesse alla condizione dei "bimbi soli", figli di madri nubili, la maggior parte dei quali veniva abbandonata e cresceva nei brefotrofi.
LE PICCOLE MADRI DI SIENA
La sorte dei figli illegittimi era stato sempre un tema caro a Virginia Angiola Borrino, già ai tempi dell'Università a Torino. A Siena con il passare dei mesi, aumentavano sempre più i neonati e bambini sotto i tre anni, che soprattutto dalle campagne e dagli orfanotrofi, venivano portati in Clinica pediatrica, in condizioni di estrema precarietà.
I casi di malnutrizione e di infezioni congenite erano i più diffusi, e lei con la sua competenza e particolare capacità riuscì ad organizzare un'assistenza sanitaria per quelli che definiva
"i bimbi soli".
La sua strenua attività clinica e la grande umanità, raccolsero consensi e l'appoggio della cerchia di amicizie, che costruì a Siena.
Grazie al contributo generoso di molte benefattrici, fu fondata la lega delle "PICCOLE MADRI DI SIENA", per garantire sostegno alle madri in difficoltà, donne nubili ed indigenti, donne che affrontavano gravidanze difficili dal punto di vista fisico e sociale.
Quelli che la società definiva figli illegittimi o della colpa, trovarono un sostegno e condizioni migliori.
IL PROBLEMA DELLE DONNE CARCERATE
Per la prima volta qualcuno pose realmente il problema della condizione fisica e mentale delle donne carcerate. Le condizioni igienico-sanitarie in cui versavano, per non parlare delle donne chiuse nei manicomi, e i figli di queste donne che fine avrebbero fatto? Chi si sarebbe preso cura di loro?
Così continuò una intensa opera sociale e sanitaria, parlando e sensibilizzando sulla questione durante convegni ed incontri, dedicati alla salute materno infantile in Italia, poiché negli anni del dopoguerra dal 1919, i tassi di mortalità infantile erano elevati così come era preoccupante la condizione di assoluto abbandono ed indigenza delle madri nubili.
I GIOCHI DI POTERE E LA FINE DELL'ESPERIENZA SENESE
I risultati ottenuti nel periodo senese, 1919-1925, dalla dottoressa Borrino, furono eccezionali, oltre al fatto che fu il primo caso di docenza e dirigenza di una clinica affidato ad una donna medico. La logica avrebbe voluto che dopo tanto sforzi e risultati eccellenti, fosse lei ad essere ufficializzata come titolare della cattedra di pediatria a Siena, come libera docente.
In realtà il regolamento stabilito per rinnovare il numero delle cattedre vacanti, avrebbe potuto favorirla ma non fu così.
Purtroppo contro di lei giocavano molti fattori contrari, dalle pressioni anche non troppo velate da parte di altri docenti che premevano per "pilotare " un concorso per i propri allievi, inviti a cercare un luogo ed un ruolo più consono e ad abbandonare la cattedra.
Ed improvvisamente saltò fuori una deroga al regolamento, secondo cui un vincitore di un concorso a cattedra antecedente, avrebbe potuto accedere alla sede di Siena perché ancora non
" sistemato". E così pur continuando il suo impegno la nostra dottoressa Borrino iniziò a far domanda in sedi vacanti, meno ambite, e a malincuore lasciò il luogo che per lei rappresentò la svolta professionale e umana.
IMPEGNO COSTANTE ED OSTACOLI
Dopo Siena, passò dalla Sardegna, a Perugia, Modena, Torino, con tantissimo impegno ma anche grandi difficoltà. Fu solo nell'Ottobre del 1955, che arrivò la nomina di prof. Emerito dall'Università di Perugia, e nello stesso anno il conferimento dell'onorificenza di Commendatore della Repubblica italiana. Ma pur tra mille difficoltà l'attività didattica e di ricerca clinica continuarono, così come l'opera sociale, e furono coronate da pubblicazioni e libri, che fecero scuola nell'ambito delle "Scienze pediatriche".
L'EREDITÀ DI ANGIOLA VIRGINIA BORRINO È SCRITTA NELLA SUA VITA INTENSA E MERITA DI ESSERE RICORDATA E VALORIZZATA.
Ph: Virginia Angiola Borrino il giorno della sua laurea
Enrica Calabresi: coraggio e passione
Nasce a Ferrara nel 1891, Enrica Calabresi, in una famiglia dove la cultura é di casa e dove grande é la passione per la letteratura e lo studio.
Scelse, nel 1909, la Facoltà di Scienze matematiche, quando le donne iscritte alle facoltà scientifiche erano davvero ancora pochissime. Coltivó la passione per le scienze naturali, iscrivendosi ai corsi di zoologia e scienze, della Facoltà di Medicina ferrarese.
Un anno dopo decise di trasferirsi a Firenze, il perché era nel grande fermento culturale e nelle possibilità di ricerca nell'ambito delle scienze naturali, che nella città toscana era di altissimo livello.
Al Regio Istituto di Studi Pratici e di Perfezionamento, proseguí il suo percorso, culminando nella laurea, conseguita nel 1914. Ancor prima di laurearsi le fu data la possibilità di diventare assistente presso la cattedra di anatomia comparata dei vertebrati e di zoologia.
Nello stesso periodo iniziò un'intensa attività di ricerca al Museo Zoologico "La Specola", dove non solo scoprì nuove specie di rettili ed anfibi, originarie dell'Africa e del Sudamerica, ma valorizzò specie presenti nel Museo, che non erano state nemmeno catalogate. Contemporaneamente iniziò a pubblicare soprattutto sul "Monitore zoologico italiano" e su alcune riviste straniere, avendo molta dimestichezza con le lingue inglese, francese e tedesca.
Il Prof. Angelo Senna ne supportò la professione e ne indirizzò le ricerche verso l'entomologia e lo studio dei coleotteri . Questi incarichi nel 1918 le avrebbero consentito di essere nominata segretaria della Società di entomologia italiana, incarico molto prestigioso.
IL DOLORE PRIVATO ED IL FRONTE COME INFERMIERA VOLONTARIA
Durante il periodo universitario e della Specola, conobbe un brillante geologo, Giovanni Battista De Gasperi, appassionato speleologo. Si legarono grazie ad un sentimento molto forte e a tantissimi interessi in comune e si fidanzarono ufficialmente. Ma a 24 anni Giovanni Battista morì, cadde in battaglia, sul Carso.
Il dolore profondo per la sua perdita, la portó ad una scelta, quella di abbandonare per circa due anni l'Istituto di zoologia, e andare al fronte.
Qui come infermiera volontaria della Croce rossa si impegnò al massimo anche se non ne parlava mai volentieri.
Una volta tornata a Firenze, si dedicò esclusivamente allo studio e alla ricerca, portando con sé il ricordo del suo amato e vestendo quasi sempre di nero (come ricordarono alcuni suoi allievi e colleghi).
IL TALENTO E LE DISCRIMINAZIONI
Enrica Calabresi continuò il suo impegno nello studio dell'entomologia, arricchendo la collezione museale con reperti provenienti da spedizioni naturalistiche internazionali, condotte da diversi colleghi in Africa, Asia e Sudamerica. Di molte specie ne scoprí l'unicità e fece un grande lavoro di catalogazione, con molte pubblicazioni, edite dalla Società di entomologia.
Le premesse per il prosieguo di una straordinaria carriera accademica c'erano tutte, ma nel 1932, trovò improvvisamente la porta sbarrata, non avendo la tessera di partito (fascista), le fu preferito un collega decisamente più apprezzato oltre che personaggio di spicco del partito stesso.
A quel punto provó con l'insegnamento alle scuole medie ma non ci furono possibilità, così alle superiori, fin quando non prese la tessera anche lei. Nel 1937 ebbe la docenza al Ginnasio -Liceo Galilei (al tempo Regio Ginnasio-Liceo) e contemporaneamente ebbe la direzione dell'Istituto di agraria dell'Università di Pisa.
Durante il periodo liceale, al Galilei, ebbe come alunna, la futura scienziata ed astrofisica Margherita Hack, che in un' intervista anni dopo, la definí come una donna molto dolce, seria, e con grandi ideali civili, grande coraggio, dalla sua Professoressa la stessa Hack imparò cosa significasse "essere antifascista".
LE LEGGI RAZZIALI ED IL CORAGGIO DI ENRICA
É il 1938, le leggi razziali impediscono anche ad Enrica di proseguire con la carriera universitaria e con la docenza in un Liceo pubblico. Ma non intendeva demordere, né scappare via, aveva coraggio e forse la speranza che tutto alla fine sarebbe volto al meglio.
Continuò ad insegnare nelle scuole ebraiche e a preparare gli studenti, che cacciati dalle scuole pubbliche, dovevano prepararsi come privatisti. Cercò di impegnarsi al massimo, nonostante gli attacchi continui che le scuole ebraiche subivano, con insulti, lanci di sassi alle finestre e minacce.
Ma lei insegnava, insegnava ed insegnava. Anche a non demordere. A non dare soddisfazione a quella gente.
Nell'estate del '43 si recò nelle campagne bolognesi, per andare a trovare i suoi familiari. Da tempo i fratelli, suo padre e gli altri parenti, insistevano sulla possibilità di mettersi in salvo, fuggendo al sicuro. Lei non volle cedere, non voleva rinunciare a tornare a Firenze, dove l'attendevano i suoi alunni.
Temeva solo di mettere in pericolo gli altri, sapendo che chiunque l'avesse aiutata avrebbe corso un serio pericolo.
Suo padre, percorse l'Appennino in bicicletta, per convincerla a fuggire, come già avevano fatto i fratelli. Ma non accettò, e lui non la rivide più.
Durante un rastrellamento fu presa ed arrestata,
portata al Convento di Santa Verdiana, adibito a carcere, sapeva il destino che l'attendeva: un treno per Auschwitz senza possibilità di ritorno.
Decise allora. Meglio morire lì in quella cella che per mano dei tedeschi, e così prese quell' ampolla contenente veleno, che portava con sé nella borsa e che destò enorme preoccupazione, in una zia, quando mesi prima l'aveva vista per caso.
Fu trovata morta la mattina seguente, nella sua cella, era il 20 Gennaio 1944.
La sezione zoologica-entomologica della Specola di Firenze fu intitolata ad Enrica Calabresi, il cui coraggio e la cui tenacia hanno lasciato un segno indimenticabile.
Un bellissimo omaggio è stato tributato alla memoria di Enrica Calabresi con un documentario " Una Donna. Poco più di un nome" di Ornella Grassi ( vedi Galleria)
Ph.: Enrica Calabresi durante gli anni universitari
RENATA CALABRESI: PIONIERA DELLA PSICOLOGIA SPERIMENTALE
Nasce a Ferrara, nel 1899, Renata Calabresi, da una famiglia ebraica della buona borghesia. Da sempre appassionata di studi scientifici, avrebbe voluto frequentare la Facoltà di Medicina ma in famiglia non erano favorevoli, considerando quella del medico "una professione prettamente maschile".
Scelse allora di iscriversi alla Facoltà di Filosofia, nel 1917, a Bologna, ma arricchì la sua formazione dedicandosi allo studio della zoologia, della biologia e della psicologia sperimentale.
Qualche tempo dopo, si trasferì alla volta di Firenze, inizialmente con sua sorella Cecilia e poi seguita dalla sua famiglia. E qui Renata ebbe modo di proseguire i suoi studi con la supervisione del Prof. Francesco de Sarlo.
A Firenze De Sarlo, famoso psichiatra, era titolare del Corso di psicologia sperimentale ed era stato fondatore del primo Laboratorio di Psicologia Sperimentale d'Italia.
LA LAUREA E LA RICERCA SUL TEMPO
Nel 1923, Renata Calabresi, si laureò in Filosofia ed iniziò un percorso di perfezionamento, con Enzo Bonaventura, portando avanti delle ricerche sperimentali sul tempo, sulla percezione soggettiva del tempo e sulle facoltà di apprendimento.
Raccolse molto materiale e dati, approfondendo l'uso del tachistiscopio (precisamente di diverso tipo, come quello definito a doppia caduta), uno strumento che nel lasso di pochi secondi è in grado di mostrare un certo numero di immagini.
Dopo aver scritto un buon numero di lavori, li raccolse in una pubblicazione unica, con il patrocinio dell'Università di Firenze,
"LA DETERMINAZIONE DEL PRESENTE PSICHICO" (1930). Nello stesso periodo riuscì ad ottenere, con ben 7 anni di ritardo, la pubblicazione della sua tesi, che con una serie di rinvii e pretesti era stata accantonata nonostante avesse ricevuto menzioni e riconoscimenti.
L'ANTIFASCISMO E LA LAICITÀ
Oltre a dedicarsi alla ricerca, Renata insieme ai suoi fratelli Massimo e Cecilia, faceva parte di gruppi giovanili antifascisti. I tre furono tra i sostenitori del giornale "Non mollare", fondato da Salvemini, con i fratelli Rosselli, diffondendolo il più possibile. Proprio suo fratello Massimo fu uno degli autori più prolifici della rivista, correndo anche molti rischi.
Intanto il tempo passava e Renata, nonostante le sue qualità e la sua competenza, non aveva un contratto stabile, presso l'Istituto di Ricerca, nè lo stesso Bonaventura, con il quale si era perfezionata paventava di offrirglielo, non a caso gli venivano preferiti sempre colleghi maschi con una preparazione decisamente inferiore ma con la tessera del partito fascista.
La verità è che Renata Calabresi, cominciava ad essere una figura scomoda, era una donna nubile, ultratrentenne, di famiglia ebrea, laica e il prof. Bonaventura non aveva abbastanza potere nè risorse economiche per tenerla e proteggerla in qualche modo da ciò che sarebbe accaduto a breve. Inoltre nel 1931 il prof. De Sarlo si ritirò dalla professione, o meglio fu messo in condizione di lasciare la cattedra per incompatibilità con gli ideali del regime e per la dottoressa Calabresi non fu più possibile continuare il lavoro di ricerca a Firenze. Mentre suo fratello lavorava ora come cardiologo alla Statale di Milano.
DALL'ITALIA AGLI STATI UNITI: IN FUGA DALL'INGIUSTIZIA
Con l'emanazione delle leggi razziali in Italia, nel 1938, Renata Calabresi, che nel frattempo si era trasferita a Roma, all'Istituto di psicologia, come assistente, fu costretta ad abbandonare la professione.
Per qualche tempo cercò di insegnare filosofia, ma le fu preclusa anche la strada dei licei e scuole pubbliche, e si adattò alle scuole serali e private.
Oramai la vita in Italia era diventata difficilissima e pericolosa.
Sia lei che suo fratello Massimo, alla fine dell'anno, partirono alla volta degli Stati Uniti.
Suo fratello riuscì a trovare un incarico all'Università di Harvard, e lei lavorò grazie ad un progetto promosso dall'avvocato Levi, sulla delinquenza minorile nella popolazione immigrata. Poi fu di la volta di Yale per entrambi, per lei non fu semplice però, un contratto di 7 mesi e nessuna certezza per il futuro.
Già nel Dicembre del 1938, la Rockefeller Foundation, di New York City, parlava di allarme per il sovrannumero di laureati e professionisti ebrei, in fuga dalle leggi razziali, alla volta degli Stati Uniti, anche se in realtà era ancora solo una minima parte (se ne contavano circa 180 a quel tempo).
New York contava ben 1 milione di italiani e la Commissione preposta all'emergenza immigrazione (Emergency Committee), non fu di grande aiuto a Renata.
Nonostante le difficoltà, e ben tre anni di incarichi non retribuiti o quasi e senza poter pubblicare, riuscì a farsi apprezzare da tutti.
Purtroppo pur riconoscendole talento e capacità, non essendo cittadina americana, non poteva usufruire di finanziamenti statali, ma riuscì a trovare comunque dei lavori retribuiti.
La psicologia sperimentale e psicobiologia erano due temi di grande interesse, soprattutto da parte di alcune grandi Università statunitensi, che già qualche anno prima avevano inviato degli assistenti a valutare il lavoro dei principali centri europei.
LA SVOLTA CLINICA E IL DIPARTIMENTO DEI VETERANI
Dopo uno dei primi incarichi retribuiti (pochissimo) come assistant psychologist al Rockland State Hospital a Orangeburg (NY), dove la dottoressa Elaine Kinder, psicologa, la scelse per affidarle il gruppo dei bambini ( children’s group), iniziò una fase intensa. La paga era 25 dollari al mese, vitto e alloggio in una stanza del comprensorio ospedaliero. Non era nulla, lo sapevano ma non vi era altra possibilità, al momento.
Si trovò a contatto con realtà sovraffollate, con centri di salute mentale del Bronx, con disagi e difficoltà, ma non smise di demordere e farsi sentire. Fu l'unica a ricevere un grant per un anno, di 600 dollari, dall'ente ECADFS, che si interessava di finanziamenti a studiosi immigrati e rifugiati negli Stati Uniti. Doveva però rimanere al Rockland per un anno.
Così fu ma non le venne rinnovato il contratto a fine anno e iniziava di nuovo la sua ricerca.
Pian piano però Renata si affermò sia come professionista che come ricercatrice e saggista,
dal 1948 riprese a pubblicare, scrivendo diversi articoli, in lingua inglese, e sperimentando l'applicazione pratica dei test psicologici, come il Test di Rorschach, sul quale tenne molti seminari.
Assorbí molto bene il metodo americano, la padronanza della lingua, e aveva grandi doti comunicative.
Dal 1946 in poi si dedicò soprattutto al lavoro clinico e ai test comportamentali, in particolare sugli effetti della guerra nei bambini e nei veterani.
Lavoró all'Hunter college, alla School of Psychotherapy a Long island, e fino al 1969, svolse la sua attività clinica
all'ISTITUTO DI IGIENE MENTALE del DIPARTIMENTO DELL' AMMINISTRAZIONE DEI VETERANI a Newark, in New Jersey. Una opportunità che le diede stabilità professionale ed economica.
INTROVABILE PRIMA E POI DIMENTICATA
A partire dal 1939, Renata Calabresi fu considerata irreperibile, infatti la sua corrispondenza continuó a tornare al mittente per anni. Anche presso l'Istituto di Psicologia di Roma, dove molti conoscevano il motivo della sua "fuga" e sapevano che era già una ricercatrice piuttosto affermata a New York , ufficialmente non diedero mai una versione diversa.
Nei fatti un'infinità di studiosi, ai quali era stata revocata la libera docenza ed ogni altro incarico, non si sapeva che fine avessero fatto. E la questione fu posta solo nel 1956, quando fu approvata la legge
"provvidenze a favore dei perseguitati politici antifascisti e razziali e dei loro familiari superstiti ".
Legge voluta e presentata dal senatore Umberto Terracini, nel 1952.
Renata Calabresi, rimase tutta la vita oltreoceano, anche se ritenne che sarebbe stato di diritto la reintegrazione per tutti coloro, che furono privati del proprio lavoro, perseguitati e costretti alla fuga solo perché ebrei.
La stessa Professoressa Calabresi, considerò un modo per lavarsi la coscienza, la facilità con la quale veniva dipinta la situazione degli studiosi ebrei, negli Stati Uniti, e lei ne fu testimone, affrontando non pochi ostacoli prima di raggiungere la stabilità.
Per ben 17 anni, si seppe poi, la corrispondenza della dottoressa Calabresi fu inviata all'indirizzo italiano, al quale evidentemente non avrebbero mai potuto trovarla, lo stesso per suo fratello Massimo e per altri studiosi.
Dopo l'abolizione delle leggi razziali, entrambi tornarono spesso in Italia, ma era evidente che le cattedre vacanti erano destinate ad altri, e non a loro come sarebbe spettato.
É anche vero che Renata, pur tornando a Firenze volentieri, riconoscendolo come il periodo italiano più bello e pieno della sua vita, sapeva che in Italia difficilmente avrebbe avuto le possibilità che le si stavano presentando a New York.
Un aneddoto singolare dimostra che alcuni fossero a conoscenza del nuovo recapito americano di Renata Calabresi, del fatto che fosse membro dell'American psicology association (APA), e delle pubblicazioni sempre più numerose. La stessa Renata richiese per lettera, nel 1939, all'Istituto di Roma, la documentazione attestante la sua attività, per presentarla negli Stati Uniti.
Il magnifico Rettore Papi, incaricato di trovare la Professoressa Calabresi e di recapitarle il reintegro alla docenza, continuò per anni a rispondere con "la dottoressa Calabresi risulta introvabile all'indirizzo romano, come indicato dal portalettere" oppure " dovrebbe trovarsi negli Stati Uniti"....
Per anni l'impegno e le pubblicazioni di Renata Calabresi, furono quasi dimenticati, non fu nemmeno citata negli Archivi, dedicati alla storia del primo laboratorio di psicologia sperimentale d'Italia, e neanche una menzione alla sua pionieristica capacità di lavorare con strumenti moderni ed elaborare dati.
Solo dopo gli anni Anni Ottanta fu citata e presa ad esempio come modello nella ricerca applicata in psicologia clinica e come una pioniera ingegnosa e piena di intuito.
Negli Stati Uniti, alla sua morte avvenuta nel Dicembre del 1995 a New Haven, nel Connecticut, il New York Times le dedicò un necrologio/coccodrillo ( unica o una delle pochissime italiane a godere di questo onore):
"La Dottoressa Renata Calabresi, una psicologa clinica che fu attiva nel movimento antifascista degli anni Trenta"
(Dr. Renata A. Calabresi, a clinical psychologist, who was active in the antifascist underground in Italy of '30 years)
Ph:Renata Calabresi, durante il periodo statunitense
MARIA LUISA RIGHINI BONELLI
Il nome di Maria Luisa Righini Bonelli é legato indissolubilmente a Firenze, alla ricerca di altissimo livello nella storia delle scienze ed al Museo di Storia della Scienza ( oggi Museo Galileo).
Maria Luisa Bonelli, figlia del Generale Luigi Bonelli, nasce nel 1917, da Pesaro si trasferisce a Firenze con la sua famiglia, da giovanissima.
É qui che si laurea in Lingue e Letteratura Spagnola, diventando lettrice ed insegnando all'Università di Firenze, alla Facoltà di Scienze politiche, fino al 1968.
LA STORIA DELLE SCIENZE, GLI STRUMENTI ED I LIBRI ANTICHI, LA SUA VERA PASSIONE
Era profondamente appassionata di storia delle scienze, sempre alla ricerca di strumenti antichi, di manuali e tavole storiche, il cui profumo racchiude il fascino del sapere. Grazie alla conoscenza con il Prof. Andrea Corsini, medico e storico della medicina e delle scienze, iniziò a coltivare praticamente i suoi interessi, collaborando intensamente all'attività museologica dell'Istituto del Museo di Storia della Scienza, di cui Corsini era direttore.
Nel 1942, fu incaricata di recuperare molti documenti e reperti, danneggiati dalla guerra, e Maria Luisa Bonelli lavorò al restauro, alla catalogazione e al recupero di dati scientifici.
Negli anni successivi la sua attività proseguí, allacciando anche importanti rapporti con docenti, ricercatori ed esperti, in ogni parte del mondo, collaborando anche a pubblicazioni di prestigio.
Approfondí la conoscenza e la ricerca sugli strumenti e l'evoluzione della tecnologia, dai microscopi ai telescopi, da strumenti chirurgici a quelli di precisione, raccogliendoli e scovandoli ovunque.
Arrivó nel 1954 la nomina ad Ispettore onorario, prima a Firenze, poi a livello regionale e poi a livello nazionale. Con questo incarico fu riconosciuta ancor più la sua autorevolezza e capacità, come esperta dei documenti e manuali storici scientifici.
Continuò la pubblicazione di cataloghi museali e di scambi internazionali, fino al 1961, quando alla morte del Prof. Corsini, fu nominata direttrice del Museo di storia della scienza.
LA DIREZIONE DEL MUSEO E L'INNOVAZIONE
Sotto la supervisione di Maria Luisa Righini Bonelli , il Museo rafforzò la sua impronta volta all'innovazione e alle relazioni internazionali. L'attenzione rivolta non solo alla museologia ma anche alla ricerca storica e al recupero dei documenti, ne fecero un unicum.
Riorganizzò il Museo della Fisica, lei che aveva una grandissima passione per i telescopi, condivisa con il marito Guglielmo Righini, astrofisico ad Arcetri.
L'ALLUVIONE E L'ACCADEMIA DEGLI INFANGATI
Il 4 Novembre 1966, Firenze fu travolta dall'alluvione, Maria Luisa occupava l'appartamento al primo piano del Palazzo Castellani, sede del museo. L'acqua ed il fango erano già a mezzo metro di altezza, mentre il seminterrato era completamente allagato e il materiale in quel momento irrecuperabile.
Decise di portare i reperti ed i documenti più preziosi ai piani più alti, per salvarli dall'acqua e dal fango. Per timore di cedimenti strutturali del museo, ebbe con coraggio ed intuizione, un'idea, quella di trasferire per quanto possibile dei pezzi dai piani superiori del museo alle stanze attigue appartenenti agli Uffizi.
Come?
Andando avanti e indietro, su un cornicione, neanche troppo largo, che collegava i due edifici.
Maria Luisa Righini Bonelli, divenne un simbolo di riscatto e di grande forza.
Nei giorni successivi, il lavoro da fare era immane, la sala di anatomia era sommersa dal fango, ma lei riuscì a salvare le pregiate tavole anatomiche, a ripulire gli strumenti chirurgici, i modelli anatomici ed ostetrici.
Grazie a dipendenti, ricercatori e studenti, dei vari Istituti museali ripulì e salvò molti documenti e libri antichi come manuali di anatomia introvabili.
I rapporti creati con studiosi ed appassionati di tutto il mondo, furono provvidenziali perché non tardarono ad arrivare sostegni anche economici dalle varie istituzioni internazionali.
Pian piano si delineò il nuovo volto del Museo, un' evoluzione non solo museale ma anche nella ricerca e nella didattica.
Per ringraziare tutti coloro che l'avevano supportata ideò un logo "l'Accademia degli infangati", che fece stampare su 500 buste, per inviarle a tutti, in segno di omaggio.
Con l'attività di direzione e ricerca museale, portò avanti l'attività didattica di storia delle scienze e della medicina, che insegnò in diverse Università, come Firenze e Camerino.
L'amore per il sapere, la ricerca e la divulgazione hanno consentito alla Professoressa di lasciarci un'eredità grandissima. Non c'è futuro se non preserviamo e valorizziamo il nostro passato.
CHI SONO
Chi sono - Il mio progetto
Barbara Hugonin-Rao, medico, biologa, ricercatore in pediatria-neonatologia e genetica medica. Divulgatrice scientifica e cultore di storia della medicina. Racconto di donne, scienziate, pioniere nelle arti, nella medicina, nelle scienze, perché senza dare il giusto riconoscimento e valore alla memoria non possiamo costruire il futuro.